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La Beffa di Modì

La Beffa di Modì

Tutta la verità su Livorno e i livornesi? Basta ricordare una vicenda che venti anni fa portò la città alla ribalta della cronaca nazionale. È la storia di un grande scherzo che coinvolge uno dei personaggi livornesi più famosi, Amedeo Modigliani, una delle zone più caratteristiche della città, il canale mediceo davanti al mercato coperto, e quattro giovanotti labronici.

Per raccontare lo scherzo basta tornare indietro al 1984. Lantefatto però, necessario, si svolge nel 1909. È allora che Amedeo Modigliani, appena venticinquenne, deluso per le critiche negative riscosse in patria dalle sue opere, decide di lasciare definitivamente la città natale. Le sue sculture, legate alla cultura figurativa d’avanguardia che aveva conosciuto a Parigi e ispirate all’arte africana, non sono piaciute ai critici nostrani; uno, addirittura, aveva consigliato al giovane artista di gettar via le proprie sculture.

Narra la leggenda cittadina che proprio così fece allora Modigliani, scagliando deluso le sue opere nel fosso sotto casa. Le opere destinate a tale fine dovevano essere teste umane dai tratti rudi e allungati, scolpite nella pietra con quello stile che avrebbe reso famosi i suoi ritratti e i suoi dipinti dopo la morte. Il fosso (con questo nome si indicano a Livorno i canali che attraversano i quartieri storici) sarebbe stato il Fosso Reale, un tratto del canale mediceo che va da piazza della Repubblica a piazza Cavour. Si tratta di uno degli scorci più caratteristici della città: da un lato vi si affaccia l’ottocentesca Chiesa degli Olandesi, con la bella facciata neogotica in pietra gialla, dall'altro sorge l'imponente struttura del Mercato generale delle vettovaglie, dagli alti finestroni decorati con colonne e capitelli.

Ma arriviamo al 1984. Corrono 100 anni dalla nascita di Modigliani. Vera Durbé, la direttrice del Museo Progressivo di Arte Contemporanea di Livorno, decide di organizzare una mostra sulla scultura di Modigliani, per celebrare il centenario. L'iniziativa nasconde però un sogno molto affascinante: trovare le leggendarie teste gettate nel canale dal giovane Modì. Il sogno della studiosa trova appoggio nell’amministrazione comunale, che approva i lavori di dragaggio del fosso.

I lavori si volgono in un luglio assolato, sotto gli occhi dei curiosi in attesa del grande evento. L'attesa dura una settimana: all'ottavo giorno di scavi tornano alla superficie, una dopo l’altra, tre teste scolpite nel granito e nella pietra serena, dai tratti ruvidi e dalle forme allungate. Arrivano a Livorno frotte di critici, e la maggior parte di loro sono pronti a giurare che proprio la mano di Modigliani ha scolpito nella pietra quelle opere. Di chi altri, senno?

La storia sembrava una storia a lieto fine, il sogno della Durbé realizzato, turisti amanti dell’arte lietamente in viaggio per Livorno... ma tutti si erano dimenticati che proprio a Livorno si svolgeva la vicenda. Così, dopo un mese abbondante di chiacchiere e di lodi, ecco che tre studenti livornesi, Pietro Luridana, Pierfrancesco Ferrucci e Michele Guarducci, affermano di aver scolpito per scherzo una delle tre teste, nel giardino di casa, con trapani e strumenti comprati in una ferramenta cittadina. Mostrano le foto dell’operazione e le schegge di pietra avanzate, poi, attraverso gli schermi di una trasmissione nazionale, ripetono in diretta la creazione del loro capolavoro.

Poco dopo appare anche l’autore delle altre due teste, Angelo Froglia; è un portuale, appassionato d’arte ed abile scultore, che dichiara di aver ideato la beffa per mostrare come il mondo della critica d'arte sia guidato più da logiche di mercato che dalla reale percezione dei meriti artistici. Intento raggiunto, lo scherzo puro per i tre studenti, lo scherzetto ai critici per il Froglia.

Le chiacchiere durano ancora a lungo. Anche perché troppi nomi illustri della critica d'arte si erano esposti declamando l'autenticità delle tre teste. Se ne continua a discutere per settimane, c'è chi non crede alle dichiarazioni dei quattro falsari, c'è chi grida al complotto. La verità è questa: in quale città, se non a Livorno, poteva capitare che non una persona, ma due gruppi distinti, potessero architettare e mettere in pratica uno scherzo così ben riuscito?



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