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Filippo Lippi

Filippo Lippi: l’Amore Sacro e l’Amore Profano

Filippo Lippi: l’Amore Sacro e l’Amore ProfanoUn pittore. Un artista grandissimo e geniale. Tale fu Filippo Lippi (1406 circa – 1469). Tanto da essere uno dei primi a comprendere la portata rivoluzionaria del Masaccio, suo contemporaneo e morto a soli ventisette anni.

Ne fanno fede i pochi affreschi superstiti nel convento del Carmine, a Firenze, e la cosiddetta “Madonna Trivulzio”, ora a Milano. Basta osservare come le sue figure dominino lo spazio e riflettino una luce che è, ormai, chiaramente rinascimentale.

Celebri sono le sue splendide raffigurazioni della Madonna, fra le più sensuali e delicate che siano mai state dipinte e che sono il vanto di molti fra i più importanti musei del mondo. Citiamo soltanto la splendida “Annunciazione” che si trova nella chiesa di San Lorenzo a Firenze, con la sua rigorosa prospettiva. O i dipinti del Louvre di Parigi, del Metropolitan Museum di New York, della Gemaldegal di Berlino, degli Uffizi e di Palazzo Pitti a Firenze, del Museo Poldi Pezzoli di Milano, e così via. Filippo Lippi ha la capacità di assorbire le lezioni addirittura della pittura fiamminga, com’è testimoniato dalla “Madonna di Corneto Tarquinia”, custodita nel Museo Barberini di Roma, con la sua ambientazione dettagliatissima in una camera da letto e con quel libro posto delicatamente sul bracciolo del trono della Vergine.

Sono dipinti pieni di quella luce che Filippo dimostra di dominare con grande padronanza. Come nella grande “Incoronazione della Vergine”, oggi agli Uffizi, che rimanda ad un altro grande pittore contemporaneo: quel Beato Angelico che aveva appena terminato di affrescare il convento fiorentino di San Marco.

Firenze, all’epoca, è un crocevia di esperienze, un luogo di incontro e di elaborazione di quella autentica rivoluzione non solo dell’arte, ma della concezione stessa dell’uomo che va sotto il nome di Rinascimento. Un’esperienza che gli stessi artisti attivi nella città toscana diffonderanno nell’Italia e oltre le Alpi. Filippo Lippi stesso, dopo aver affrescato il Duomo di Prato, finirà i suoi giorni lavorando a Spoleto, nell’Umbria. Un pittore grandissimo, quindi, e come tale giustamente conosciuto. Ma lui, che era riuscito a rappresentare volti della Vergine che sono fra i più conosciuti per la loro delicatezza e freschezza, fu anche un uomo. E lo fu nel senso più pieno del termine.

Rimasto presto orfano, come tante volte capitava ai suoi tempi, Filippo vestì l’abito monastico e, probabilmente, fu ordinato sacerdote. Pronunciò i voti nel convento del Carmine dove, subito dopo, poteva vedere Masaccio affrescare la Cappella Brancacci.

A quanto pare, tuttavia, la vita religiosa non riuscì a sopprimere quel tratto della sua figura che doveva contraddistinguere la sua esistenza, fino a diventare un’autentica ossessione: l’attrazione verso le rappresentanti dell’altro sesso.

Narra quell’autentica miniera di informazioni sulle grandi figure dell’arte che è il Vasari, che, quando era preso dal desiderio per una donna, il Lippi non riusciva a pensare ad altro, trascurando addirittura la pittura. Se ne dovette accorgere lo stesso Cosimo de’ Medici, suo grande mecenate ed ammiratore, che per trattenerlo da tali propositi, pensò bene di chiuderlo all’interno del suo palazzo. Ma il Lippi, talmente preso dal “furore amoroso”, con un paio di forbici tagliò a strisce le lenzuola del letto e annodandole si calò dalla finestra e non si fece più rivedere per molti giorni.

E forse, sempre secondo il Vasari, quel suo vizietto dovette, alla fine, risultargli fatale. Tanto da morire avvelenato dai parenti di una donna. Forse.

Ma l’evento che doveva maggiormente condizionare la sua esistenza ebbe luogo nel 1456. Filippo si trovava a Prato per importanti lavori. La badessa del convento di Santa Margherita, della quale il pittore e religioso era cappellano, pensò di chiedergli di dipingere una tavola per l’altar maggiore della chiesa, rappresentante la Madonna ed alcuni Santi. Inutile dire che il Lippi, oltre a dipingere egregiamente come sapeva ben fare, mise immediatamente gli occhi su una suora, la giovanissima Lucrezia Buti. Fu un colpo di fulmine, uno di quelli ai quali l’artista, ormai sulla cinquantina, era ben avvezzo. E tanto fece quel diavolo d’un frate da convincere l’inesperta monachella (costretta ad entrare in convento, bisogna pur rilevare, dalla sua famiglia, come capitava spesso in quei tempi) a fuggire dal monastero e ad andare a vivere a casa sua. Ben presto raggiunta dalla sorella Spinetta, anch’essa suora. Era uno scandalo, anche se la badessa, per il buon nome del monastero, cercò di stendere un velo di silenzio sulla vicenda. Tanto più che, immediatamente dopo, nacque il frutto della colpa, quel Filippino Lippi che, a sua volta, diverrà un valentissimo e celebrato pittore.

Sembra comunque che, tanto per complicare le cose, un paio d’anni dopo le due sorelle si pentissero e rientrassero in convento. Salvo fuggirne una seconda volta per rifugiarsi nuovamente nell’abitazione del Lippi. Il quale, stavolta, non poté evitare una pubblica denuncia.

Fortunatamente, grazie all’intervento di Cosimo de’ Medici e di papa Pio II Piccolomini, grande umanista e amante dell’arte, i due amanti furono prosciolti dai voti e poterono finalmente sposarsi. Filippo dovette però rinunciare agli introiti derivanti dalla sua carica religiosa ed accettare lavori anche lontani dalla sua patria, come quelle Storie della Vergine” nella cattedrale di Spoleto che costituiscono uno dei suoi massimi capolavori. E dove, come abbiamo già detto, metterà fine ai suoi giorni e verrà sepolto.

Sarà proprio suo figlio, Filippino Lippi, su incarico di Lorenzo il Magnifico, a realizzare il monumento funebre di suo padre. E sarà l’inizio di un altro genio dell’arte. Ma questa, ormai, è un’altra storia.



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