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San Galgano: Una Spada nella Roccia nel Senese

San Galgano: Una Spada nella Roccia nel Senese

San Galgano: Una Spada nella Roccia nel SeneseUna spada nella roccia nel Senese: i mille misteri di San Galgano, cavaliere ed eremita. Vi è un luogo unico al mondo, seppur minuscolo ed isolato nella splendida campagna senese, talmente denso di misteri insondabili da far invidia a Stonehenge, in Inghilterra, o alla ben più frequentata piramide di Cheope.

Una spada medievale, autentica, talmente ben conficcata nella roccia da risultare impossibile da estrarre. Un enigma di metallo posizionato nel bel mezzo, o più precisamente, in un posizione leggermente defilata rispetto al centro geometrico di un’affascinante rotonda romanica carica di simbologie arcane e precise rispondenze con il calendario solare. E a coprire il tutto, un cupola a fasce concentriche a pietra locale e laterizio, dodici e dodici, con l’emergere in ogni particolare dell’arcano ed onnipresente numerico medievale: il dodici, appunto, e i suoi componenti, il tre ed il quattro, il cielo e la terra, la trinità e il mondo, il quadrato ed il cerchio.

Quasi a conferma di ciò, l’unico ambiente annesso al vano circolare della chiesa, è la cappella quadrangolare ornata da splendi affreschi trecenteschi di un pittore famosissimo e celebrato, Ambrogio Lorenzetti, decoratore di palazzi ben più sontuosi, e che si prese la briga di affrescare le superfici di questa piccola costruzione isolatissima, sperduta nella splendida desolazione di questo angolo di Toscana. Ma anche qui, nelle rappresentazioni apparentemente serene della Vergine col Bambino, qualcosa sconcerta. Ecco l’apparire sorprendente di una terza mano di Maria che regge suo Figlio, dipinto, evidentemente più tardi, incapace pur tuttavia di abbandonare il suo simbolo del potere? Così come, accanto alle figure allegoriche di non semplice interpretazione, di una sinopia con quella rappresentazione rarissima dell’Annunciazione nella quale la Madonna appare sgomenta, sconvolta, quasi gettata a terra dal mistero divino che, inaspettato in quel luogo e in quel momento, le si rivela: una rappresentazione rarissima e che venne immediatamente abbandonata perché considerata troppo profondamente umana.

Ma le scoperte non hanno fine. Basta voltarsi un poco per essere colpiti dalla strana presenza, in una teca, di un braccio rattrappito ed annerito, appartenuto, come recita la leggenda, ad ladro sacrilego sbranato dai lupi; verrebbe da abbozzare un sorriso se non fosse che l’arto è davvero antico come la leggenda vorrebbe. Così come quella spada appartenuta al nobile Galgano, nome che rimanda direttamente a tante leggende lontane che narrano di cavalieri, di maghi e di tavole rotonde. Eppure egli visse davvero nel sec. XII, votandosi a vita eremitica dopo aver condotto una vita selvaggia e peccaminosa.

E si ritirò, dalla vicina Chiusdino, nel 1180 circa, trascinatovi a forza da San Michele Arcangelo che afferrò le redini del suo cavallo imbizzarito, su un piccolo rilievo del monte Siepi assieme a dodici compagni. Qui piantò prodigiosamente la sua spada nella viva roccia, trasformando così uno strumento di morte nella croce di Nostro Signore, simbolo di pace e di salvezza; e qui condusse un vita durissima e aspra.

Confortato dall’esplicarsi della volontà divina fondò un edificio sacro su un sito che, probabilmente già fu un antichissimo luogo di culto pagano e blasfemo. Morì giovanissimo, all’età di soli trentatre anni, in ginocchio davanti a quella spada che spuntava dalla roccia viva. Una figura davvero enigmatica, Galgano. Così come risulta ancora inspiegabile il notevole ed immediato interesse che ebbe la sua figura, tanto che, morto nel 1181, venne santificato nel 1185, un record quasi assoluto nella pur millenaria storia della Chiesa.

Nello stesso anno, la Rotonda attuale risultava già consacrata e visitata addirittura dall’imperatore Federico Barbarossa. Un successo tale da costringere all’edificazione, già pochi decenni dopo dell’immensa cattedrale gotica che, con i resti dell’antico monastero cistercense, divenne uno dei complessi monastici più potenti e magnifici della Toscana, ma che tuttavia decadde inesorabilmente a partire dal sec. XVI. Assieme alla memoria di Galgano, del quale si perse addirittura la testa conservata a Siena.

Ancor oggi, l’immensa chiesa, intatta nelle strutture murarie, ma priva di copertura e di pavimentazione, affascina il visitatore: una nave incredibile, con le sue volte gotiche, i capitelli decorati, le slanciate finestre ormai vuote, che si erge nel mezzo di una campagna verdissima e deserta, mentre sulla vicina altura, più discreta fra gli alberi ma impossibile da non notare, si intravede la sagoma bianca e rossa della Rotonda. E si respira a pieni polmoni l’aria dolce degli ulivi e dei cipressi, e ci si riempie l’animo, del senso divino del mistero e di antichissime vicende che pensavamo lontane ma che forse Chrétien de Troyes trasse proprio da qui. Con il dubbio che il Graal possa essere più vicino che mai.



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