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La Villa ed il Giardino di Castello

La Villa ed il Giardino di Castello

I turisti che visitano il centro di Firenze con tutte le sue meraviglie sono talmente appagati da tanta bellezza che trovano lì, a portata di mano, che molto spesso non sentono il bisogno di frequentare le periferie o le immediate adiacenze della città.

Eppure il cacciatore di tesori, di gioielli d’arte, che si armi solo un po’ di pazienza, troverà anche qui luoghi che lo lasceranno stupefatto ed incantato. E che, per di più, potrà visitare in tutta calma, lontano dalla massa rumorosa. Questi sono posti da intenditore, da gourmet del viaggio. E, forse anche per questo, ingiustamente, poco conosciuti.

Tale è il caso della Villa Medicea di Castello, con il suo splendido giardino, che è posta su una piccola altura che domina la piana a nordovest di Firenze. Il grande edificio era in origine una fortificazione medievale (da cui il nome) che nel ‘400 venne acquistata dai Medici che la trasformarono in una sontuoso palazzo.

Probabilmente, sarebbe rimasta soltanto una delle tante costruzioni di piacere della celebre famiglia fiorentina se Cosimo de’ Medici, che vi aveva trascorso la sua infanzia, avesse dimostrato una particolare predilezione per questo luogo. Nel 1537, dopo aver sconfitto i suoi avversari nella battaglia di Montemurlo ed aver così accentrato tutto il potere nelle sue mani con il nome di Cosimo I, decise di stabilirsi nella sua Castello e di trasformarla in luogo di delizie. E non perse davvero tempo. Già l’anno successivo il progetto per il grande giardino era pronto. Realizzato da due un famosi architetti, Niccolò Pericoli, detto il Tribolo, e Bartolomeo Ammannati, i quali avevano già lavorato insieme a quello scrigno di meraviglie che è il giardino di Boboli, a Firenze. Essi concepirono il grande spazio anche come un insieme di simboli che celebrassero la potente dinastia medicea. Tutti dovevano avere ben chiaro il messaggio: era grazie all’opera di Cosimo che i Fiorentini e la Toscana intera potevano ormai vivere in un nuovo Paradiso Terrestre, in una nuova epoca di felicità e benessere, in una rinnovata primavera. Un messaggio che veniva ripetuto dai due grandi dipinti da Sandro Botticelli che facevano bella mostra di sé all’interno della villa: la Primavera e la Nascita di Venere.

Nulla era lasciato al caso. Le fontane, le statue facevano parte di un percorso ben preciso, di un itinerario fatto di allegorie e di miti voluto da Cosimo stesso con la collaborazione dello scrittore ed umanista Benedetto Varchi. Ciascun elemento era concepito come parte di un insieme.

Così come quello che costituisce la perla, forse, più preziosa del grande giardino, la cosiddetta Grotta degli Animali. Un luogo magico e per certi versi inquietante cui lavorarono i migliori artisti dell’epoca, quali il Giambologna, Giorgio Vasari, i già ricordati Tribolo e Ammannati, il Bachiacca. Si tratta di alcune camere sotterranee completamente rivestite di finte stalattiti e spugne, di sassolini e conchiglie che compongono mascheroni e festoni, mentre il pavimento è completamente ricoperto da un magnifico mosaico composto da tessere di marmo. Un ambiente che sembra quasi un tempio pagano. Ma sulle pareti di fondo, al posto degli altari, campeggiano grandi vasche dalla forma di sarcofaghi classici, sormontate da grovigli di animali che paiono riprodurre tutti gli abitanti del creato: giraffe, ippopotami, pesci, orsi, crostacei, lupi, cani, tartarughe, delfini, meduse, squali, cinghiali, agnelli, e molti altri animali realizzati in marmo, in bronzo, in pietra; ed ognuno di essi è un piccolo capolavoro firmato da un artista di prim’ordine. Ma ecco, nell’apparente caos, un unicorno sovrastare tutti gli altri animali e con il suo corno (come si credeva, un tempo) purificare l’acqua per tutto l’universo animato. Quale simbolo migliore per rappresentare il buon governo dei Medici? E come non pensare alla Venere del Botticelli che nasce dalla spuma del mare, circondata da tutti gli elementi della natura?

Questa rappresentazione simbolica di tutto un giardino fu la prima nel suo genere. E si capisce davvero perchè venisse poi anche molti secoli dopo, imitata dalle principali monarchie europee. Cosimo visse nella quiete di Castello con sua moglie, Camilla Martelli, fino alla sua morte, nel 1574. Il complesso rimase proprietà dei Medici fino al sec. XVIII, quando venne ceduto ai Lorena. Nel 1920 la villa con il suo giardino venne acquistata dallo stato italiano che ne ha fatto la sede dell’Accademia della Crusca, l’antica e prestigiosa istituzione avente lo scopo di tutelare la lingua italiana.

Purtroppo, nei secoli, il giardino ha subito molti cambiamenti. Gli uccelli che abitavano la Grotta degli Animali sono stati trasferiti al Museo del Bargello, così come molte importanti fontane che venivano alimentate da un sistema idraulico davvero ingegnoso. I Lorena, poi, smantellarono le grandi vasche nel giardino inferiore, il labirinto, e modificarono il disegno di alcune parti. Ma ciò nonostante, al visitatore che accede al giardino da un ingresso laterale (quello principale, del Buontalenti è perennemente chiuso) e oltrepassa la villa, non fidandosi del semplice prato antistante l’edificio, sfugge ancora un gridolino di meraviglia di fronte allo splendido spettacolo che gli si presenta dinnanzi agli occhi. Incredibile ancora la prospettiva che attraversa i prati all’italiana, fra antichi vasi in terracotta, statue, siepi che formano disegni geometrici e fontane rinascimentali e si inerpica verso l’alto, verso il livello superiore. Pare davvero di essersi smarriti in un mondo fantastico e irreale, fra il profumo delle rose e delle azalee che salendo lascia il posto a quello dei limoni e delle tante piante di agrumi. Mentre si intravede il giardino segreto detto l’Ortaccio, dominato dall’edificio settecentesco chiamato Stufa dei mugherini, e che custodisce gelosamente le sue piante aromatiche e officinali.

Davvero il giardino di Castello, nonostante le amputazioni e le manomissioni, continua ad essere un giardino delle meraviglie. Giungiamo finalmente al livello superiore, davvero disorientati da tanta bellezza, mentre il nostro sguardo si perde nella grande piana fiorentina che si schiude oltre il livello della villa. Quand’ecco che, improvvisamente, dalla roccia che affiora dalla grande vasca-vivaio sbuca la sagoma in bronzo dell’Appennino di Bartolomeo Ammannati, raffigurato come un vecchio. Ci fissa stringendosi fra le braccia, quasi rabbrividendo. Forse stupefatto, come noi, della magia di questo luogo.



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